Architettura

Chi già conosce Agape e ci torna per la seconda, quinta, trentesima volta spesso prova a cercarla con lo sguardo dalla strada, ancora prima d arrivare a Prali, e non la vede – se non per il campanile – non solo d’estate quando il fogliame nasconde tutto, ma anche in autunno, quando i larici diventano arancioni e poi gialli ed infine perdono gli aghi: la grande struttura in pietra e in legno sembra invisibile, mimetizzata con i colori delle foglie secche e della terra.

Chi arriva ad Agape per la prima volta e osserva il caseggiato centrale dalle grandi finestre, le casette, la chiesa all’aperto, si stupisce di scoprire che il centro esista da ormai 60 anni: la novità e la freschezza della sua architettura porterebbero a pensare ad un progetto più recente.

Gli autori

“È possibile tradurre, attraverso le linee architettoniche di un complesso edilizio, che si inserisce in un paesaggio, l’Amore? A questa domanda, a questa sfida, nell’immediato dopoguerra l’architetto leo Ricci ed il pastore Tullio Vinay hanno deciso di rispondere positivamente”

Gianni Genre, Introduzione a L’architettura e Leonardo Ricci – Agape e Riesi, Claudiana, 2001

La particolarità dell’opera è frutto dell’intenso scambio tra Tullio Vinay, pastore, e Leonardo Ricci, architetto. È frutto della loro capacità di sognare, di desiderare. Dai loro sogni, dalla capacità di realizzarli è nata la struttura come la vediamo ora, con caratteristiche e simboli forti che ci trasmettono esperienze ed idee tanto quanto i seminari che qui si svolgono.
Pensiamo per esempio alle grandi finestre e ai tetti all’insù, una follia architettonica a 1600 metri d’altezza: i tetti di Agape sono aperti verso l’alto come per accogliere la grazia che dall’alto scende, sono concavi a segnare l’apertura di Agape verso il mondo. Apertura orizzontale e verticale che si incrociano sopra il tavolo da ping-pong: il mondo e Dio che possono abitare questo luogo in un intreccio senza fine e senza confini.

Caratteristiche

La caratteristica apertura verso l’alto e verso l’esterno delle finestre, del tetto, dei muri di Agape ci comunica la tensione continua verso l’incontro, verso la trascendenza, verso il mondo, nel tentativo mai concluso di giungere qui, ciascuno con il suo bagaglio di esperienze, per incontrarsi e confrontarsi con altre persone, per arricchirsi vicendevolmente, ed infine ritornare nei propri luoghi di provenienza con un bagaglio più grande.

Lo stesso vale per la chiesa all’aperto, che ci ricorda che non vogliamo intermediari tra noi e Dio, come le voci di chi canta o gioca o discute, ci ricordano dove siamo, ci riportano al contesto ecumenico del centro, dove cattolici, riformati, musulmani, atei, agnostici non possono ignorare gli uni la presenza degli altri.

Anche le crepe nei muri ci raccontano l’utopia, l’audacia di chi ha osato sognare Agape e trasformare questo sogno in legno, muri e sassi giorno per giorno, scavando una fossa, murando una porta, superando una difficoltà.

Parlano dei nostri progetti, del nostro desiderio di non chiuderci in una casa, ma di lasciare che la comunità si modelli sul passaggio delle persone; parlano della nostra ricerca di trascendenza nella libertà, quando sperimentiamo i culti, nelle discussioni accese, a tarda notte, negli incontri d’amore e nelle amicizie intense.